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Di seguito pubblico il testo integrale del mio intervento pronunciato durante l’ultimo Consiglio comunale straordinario di Viterbo, convocato per celebrare gli ottant’anni dalla nascita del Comune democraticamente eletto nel dopoguerra.

Oggi celebriamo una ricorrenza che ha un valore profondo per la nostra città: gli ottant’anni dal primo insediamento del Consiglio comunale di Viterbo democraticamente eletto nel dopoguerra.

Le prime elezioni comunali libere si svolsero a Viterbo il 7 aprile 1946. Il 24 aprile 1946 si riunì per la prima volta il nuovo Consiglio comunale e fu eletta la giunta guidata da Felice Mignone, primo sindaco democraticamente espresso da quella nuova stagione repubblicana cittadina. Prima di allora, nel tempo difficile della transizione dopo la Liberazione, la città era stata retta dalla giunta provvisoria guidata da Luigi Grispigni.

Queste non sono soltanto date.
Sono una soglia della nostra storia.


Sono il momento in cui una comunità ferita dalla guerra, dalle distruzioni, dalle privazioni, dalla dittatura e dalla paura, decide di rialzarsi e di affidare il proprio futuro al metodo più difficile, ma anche al più umano: la democrazia.

Perché la democrazia non nasce mai per caso. Non è una rendita. Non è un automatismo. Non è un arredo istituzionale. La democrazia è una conquista.


Ed è una conquista che in Italia è stata pagata con il carcere, con l’esilio, con il sangue della Resistenza, con le lacerazioni della guerra, con il dolore delle famiglie, con la fame, con le macerie materiali e morali che il fascismo e il conflitto avevano lasciato dietro di sé.

Per questo, quando ricordiamo quel Consiglio comunale del 1946, non celebriamo un passaggio burocratico. Celebriamo il ritorno della libertà nella vita concreta delle persone. Celebriamo il ritorno del pluralismo.
Celebriamo il ritorno della parola pubblica, del dissenso legittimo, del confronto tra idee diverse, della responsabilità di rappresentare non sé stessi, ma una comunità.

E c’è un elemento che rende quella ricorrenza ancora più alta e più commovente: il 1946 è anche lanno in cui le donne votarono per la prima volta.

A Viterbo, in quelle elezioni, le donne non furono soltanto chiamate alle urne: furono anche protagoniste della rappresentanza. Tra gli eletti troviamo Maria Francesini, Luisa Minciotti, Natalina Sopranzi e Maria Teresa Anselmi. È un fatto che merita di essere ricordato con rispetto e senza retorica. Perché il punto non è dire, in modo banale, che “anche le donne c’erano”. Il punto è riconoscere che la democrazia italiana, sin dal suo primo respiro pieno, ha cominciato a diventare più vera proprio quando ha smesso di parlare con una sola voce, con un solo genere, con un solo sguardo. Quelle donne non portarono una presenza ornamentale.


Portarono un allargamento della cittadinanza. Portarono esperienza, concretezza, sensibilità, determinazione. Portarono, insieme a tanti uomini di quella stagione, la prova che le istituzioni diventano più forti quando somigliano di più al popolo che rappresentano.

E allora la domanda che questa ricorrenza ci consegna è semplice, ma esigente: noi, oggi, siamo allaltezza di quella eredità?

Ottant’anni fa si andava a votare dopo una guerra, dopo una dittatura, dopo le bombe. Si andava a votare sapendo che il voto non era un gesto scontato, ma un gesto conquistato.

Le fonti che abbiamo a disposizione parlano di circa 25.000 elettori a Viterbo in quelle elezioni, e i soli voti validi delle liste arrivano a quasi 20.000: un dato che già da solo racconta una partecipazione altissima, attorno all’80% se consideriamo i voti validi, e probabilmente ancora più significativa se letta nel clima morale di allora. Oggi, nelle comunali del 2022, l’affluenza al primo turno si è fermata al 61,61%.

Questo confronto non serve a fare classifiche morali tra ieri e oggi. Serve però a ricordarci una verità: quando cala la partecipazione, non si restringe solo il numero dei votanti; si restringe il respiro della democrazia. E qui voglio fare una riflessione che non vuole essere polemica, ma che non può neppure essere elusa.

Le istituzioni perdono autorevolezza quando vengono percepite come luoghi di semplice collocazione individuale, di equilibrio consociativo, di gestione del presente senza visione. Perdono forza quando il confronto si spegne. Quando non si discute più davvero. Quando le differenze vengono vissute come un fastidio e non come una ricchezza. Quando il dissenso costruttivo non trova più spazio. Quando l’emiciclo smette di essere il luogo nel quale idee anche divergenti si misurano alla luce del bene comune.

Il silenzio, nelle istituzioni, non è sempre una forma di equilibrio. A volte è una rinuncia. A volte è prudenza eccessiva. A volte è stanchezza.
A volte, diciamolo con onestà, è anche silenzio colpevole.

Perché noi siamo qui non per occupare un posto, ma per esercitare una funzione.


E una funzione democratica vive di parola, di ascolto, di proposta, di responsabilità, di assunzione di posizione. Chi ha combattuto per restituire a questo Paese e a questa città un Consiglio comunale liberamente eletto non ha lottato perché questo luogo diventasse neutro, opaco, afono. Ha lottato perché tornasse a essere vivo. Aspro, quando necessario. Plurale, sempre. Ma finalizzato a costruire.

La dignità delle istituzioni non si difende invocandola. Si difende praticandola. Con la coerenza dei comportamenti. Con la lealtà verso i cittadini. Con il rispetto degli avversari. Con la capacità di distinguere il conflitto democratico dalla delegittimazione reciproca. Con il coraggio di scegliere. E anche con l’umiltà di correggersi.

C’è poi un altro tema che questa ricorrenza ci impone: il rapporto con i giovani.

Spesso diciamo che i giovani non si interessano alla politica. Ma gli studi più recenti ci dicono qualcosa di più vero e più scomodo: non è cresciuto il disinteresse, ma è cresciuta la distanza tra la domanda di partecipazione e l’offerta di spazi reali. Molti giovani credono ancora nella possibilità di impegnarsi, ma non trovano luoghi adeguati per farlo.

Questo significa una cosa molto precisa: i giovani non sono assenti. Spesso sono semplicemente non accolti. Non dobbiamo limitarci a chiedere ai giovani di avere fiducia nelle istituzioni. Dobbiamo costruire istituzioni che meritino quella fiducia. Dobbiamo aprire spazi veri, non simbolici. Dobbiamo rendere l’impegno pubblico nuovamente credibile, visibile, desiderabile. Perché oggi non siamo di fronte soltanto all’astensionismo.

Siamo di fronte anche a una crisi delle vocazioni civiche. In diversi territori italiani diventa sempre più difficile trovare persone disponibili a candidarsi, ad assumere il peso del governo locale, a mettere la propria vita al servizio della comunità. Questa è una spia da non sottovalutare. Perché quando viene meno la disponibilità a servire la cosa pubblica, non si indebolisce soltanto un ceto politico: si indebolisce la democrazia di prossimità.

E allora dobbiamo chiederci: come si restituisce attrattiva all’impegno pubblico? Non con la nostalgia. Non con i discorsi autocelebrativi. Ma con una politica credibile, aperta, capace di coinvolgere. Impostata verso il BENE COMUNE

Viviamo un tempo profondamente cambiato. Dopo il Covid molte persone hanno riscoperto il valore delle relazioni, della qualità della vita, delle comunità. E allora proprio le città e i comuni possono tornare a essere il luogo in cui si ricuce il rapporto tra vita e lavoro, tra sviluppo e prossimità. Ma perché questo accada serve una politica locale all’altezza della sfida.

Noi abbiamo una responsabilità: fare in modo che la democrazia continui a essere una prospettiva per i nostri figli e per i nostri nipoti. Per questo oggi ricordiamo con gratitudine tutti coloro che, in questi ottant’anni, hanno amministrato la città. Sindaci, amministratori, consiglieri. Tutti hanno contribuito alla crescita di Viterbo.

Ma il modo migliore per onorare quella storia non è solo ricordarla.
È esserne all’altezza. Essere sempre come Ottant’anni fa al servizio del Bene Comune. Perché la democrazia vive soltanto se qualcuno se ne prende cura.
E noi, oggi, abbiamo il dovere di esserne custodi.

Grazie.